
Ed io m’incazzo. Quando ti monta la rabbia per l’ultima vergognosa novità che il mondo politico ci offre ogni singolo giorno, ecco che ti arriva la mail, il messaggio FB o Twitter che ti dice che stanno proprio raccogliendo le firme per la petizione o la richiesta di referendum per l’abrogazione di questo e quello.
Quando ero bambino mio papà, che era un uomo di commercio, mi ha insegnato che quando firmi e perchè stai comprando o vendendo qualcosa, Non ho mai messo in dubbio questa su affermazione, tante altre sì.
La nostra identità nel web ha un forte valore e per ogni volta che ci registriamo in un qualsiasi sito o social valiamo tra i 50 ed i 200 euro. Sono cifre che sul mercato le aziende sono disposte a pagare pur di potersi sedere affianco al consumatore e mettergli un braccio attorno le spalle. Un piccolo approfondimento su questo argomento lo trovate in questo mio post http://snobbler.tumblr.com/post/2873030666/monna-facebook
La quantificazione del prezzo corretto ha una serie di variabili infinite, ma permettemi di dirlo con la stessa perizia con la quale dico che una bottiglia di vino decente oggi costa minimo 15.400 lire, circa 8 euro.
Quindi che si tratti di
acquisto di enciclopedia porta a porta (anni 80)
abbonamento violento da strada dell’Euroclub (anni 90)
le registrazioni ai primi servizi di newsletters (anni 2000)
O LE NOSTRE PETIZIONI ONLINE (anni 2011)
se stiamo firmando stiamo comprando o vendendo qualcosa. Nell’epoca digitale possiamo attualizzare dicendo che ci stanno comprando da qualcuno o vendendo a qualcuno.
Ho provato a capire concretamente cosa significa firmare una petizione online e sinceramente non ne vengo a capo. Chi gestisce quel db sensibile? Che società paga le spese per i server, upgrade di piattaforme, il personale interno… insomma, chi paga la benzina? Ma soprattutto che fine fa la petizione? A chi viene inviata? Chi segue le procedure? Serve a qualcosa?
Purtroppo no.
Il nuovo marketing si arricchisce su chi s’indigna, su chi vorrebbe protestare hic et nunc perchè è veramente stufo, perchè vorrebbe una petizione per salvare il proprio posto di lavoro o vorrebbe vedersi riconoscere i propri diritti o perchè è contro la guerra o la TAV e tutte le inutili opere giganto-pubbliche.
Analizzate con attenzione. quando state firmando, di chi è il sito, chi lo gestisce e chi c’è dietro. Io ho fatto 1 giornata di ricerca e devo dire che il panorama non è confortante: http://www.petizionionline.it/ sito della Pressu, una tra le più grande piattaforme di comunicati stampa al mondo http://it.pressu.com. Offrono servizi alle aziende come qualsiasi agenzia di pr, Ma contano milioni di registrati al mondo spontaneamente.
A seguire http://www.firmiamo.it/ operazione di grande successo della DigitalGround di Londra che al loro indirizzo web http://www.digitalground.co.uk/products.php si vantano di essere quelli che sanno come aggregare tanta gente, e quindi grandi target. Un’agenzia di pubblicità.
Così via per tanti tanti altri siti di petizioni che semplicemente non dichiarano chi sono, tipo http://www.petizionepubblica.it/default.aspx, oppure http://www.sign4rights.it/pagina-iniziale solo per citarne qualcuno. Just crap!
Una riflessione a parte va fatta per l’imperscrutabile gigante dell’incazzatura e della resistenza in tutto il mondo cioè AVAAZ http://www.avaaz.org/it/
Avaaz vive di donazioni che nel 2009 ammontavano a circa $ 4.000.000. Hanno sede legale nello stato del Delaware, che è anche la sede legale di oltre la metà delle società quotate alla Borsa di New York e al Nasdaq. Non si tratta di un vero e proprio stato offshore ma non sono neanche lontani dal diventarlo. Avaaz ha dichiarato in più occasioni che loro non vendono le banche dati, ma purtroppo hanno avuto seri problemi di sicurezza con i loro server e stranamente tanti iniziano a lamentare di ricevere spam dopo aver apposto firme a petizione nel sito.
Se provate a fare navigazione di profondità nel web scoprirete che non sono il solo a pensarla così. Qui trovate una discussione di 4 anni fa sull’argomento (la prima che io sia riuscita a trovare) http://verbo.se/dont-sign-avaazorg-petitions alla quale ne sono seguite e seguono tante altre.
Non si può sostituire il vero impegno sociale e politico con un click. Sarebbe troppo comodo per i potenti ricevere file con 1 milione di firme senza alcun valore giuridico, da buttare in un secondo nel cestino. Ricordiamoci che Grillo e il futuro movimento 5 stelle hanno raccolto 350.000 firme vere, con persone che hanno presentato la carta d’identità e hanno scritto il proprio nome con una vera penna, Tutta questa incazzatura per ora giace in scatoloni nel profondo di qualche cantina. I potenti se ne fregano di noi in carne ed ossa, figuriamoci quanto sono sensibili alle petizioni online.
Restano degli spazi sani di realtà che concretamente hanno usato i social media e il mondo digitale per far sentire la propria voce e alcuni sono stati ascoltati, ma le “case history” sono piuttosto poche. Si vincono più battaglie a carattere locale che internazionale. Si vince di più se si conosce di persona e si frequenta chi si sta facendosi carico direttamente della questione a cui teniamo. Se proprio dovete demandare.
Il problema del database dello scontento popolare e la conseguente auto-categorizzazione di se stessi (incazzato per la situazione medio orientale, incazzato per la situazione interna, incazzato perchè si ritiene che la TAV sia uno spreco, incazzato perchè non voglio più qualcuno in qualche posizione pubblica che mi tutela malissimo) va affrontata in futuro molto seriamente.
Ci stiamo consegnando direttamente nelle mani dei nostri peggiori amici, i quali non hanno neanche bisogno di chiederci come la pensiamo. Abbiao già firmato tutto di nostra spontanea volontà. Mette i brividi solo a pensarci.
Giorgio Pulini

Essere troppo asserviti al mondo dell’economia, finanza e soprattutto politica si sta rivelando il più grosso problema che l’editoria italiana dovrà affrontare nel breve tempo.
Una volta l’appartenenza era il segno distintivo:
- Il Corriere e la grande imprenditoria del nord
- La Stampa e la Fiat
- Repubblica e la sinistra italiana.
Queste bandiere sventolavano forte e i lettori appartenenti a quei gruppi specifici si riconoscevano nel loro quotidiano preferito, credendo in buona parte a quello che leggevano. Oggi tutti abbiamo fonti alternative di lettura che riteniamo più reali rispetto a quello che ci hanno sempre raccontato i nostri giornali di riferimento, di conseguenza risulta difficile continuare a credere alle fonti di una volta.
I grandi temi sociali che toccano decine di migliaia di persone in ogni città continuano ad essere trattati come “in the old good days”, e il risultato per il lettore è come minimo quello di sentirsi estraneato e confuso. Se ad una manifestazione c’erano 60.000 persone e i quotidiani dicono 6.000, come minimo ho 60.000 persone che smettono di credere in quella fonte. Quindi non la comprano più.
Come possa l’industria editoriale continuare a fare finta che tutto questo non sia vero e stia generando un crollo di vendita delle copie (di conseguenza un crollo della raccolta pubblicitaria) mi risulta incomprensibile. O meglio, capisco che chi è schierato ha sempre più difficoltà a svincolarsi, se mai volesse farlo.
Nell’immagine avete l’andamento dell’ultimo anno da gennaio 2010 a gennaio 2011. I 6 mesi successivi avranno dati ancora più drammatici. E i 5 anni prima hanno grosso modo lo stesso segno negativo: ricordiamoci che il Corriere 5 anni fa raggiungeva punte da 7/800.000 mila copie e la Repubblica stava intorno alle 600.000. Se siete addetti al settore sapete come me che questi dati da anni stanno prendendo potentissime dosi di inutili anabolizzanti, e quindi sono in partenza falsi e gonfiati.
Sono i lettori che non comprano più i quotidiani o i quotidiani che si stanno rivelando nel loro squallore e non meritano più di essere comprati?
NB: il dato de “Il Fatto quotidiano” non ha storico, esistendo da solo un anno, e ha i numeri recenti in aumento del circa 15%.
Giorgio Pulini

Lettera aperta al mondo della cultura elettronica torinese.
A tutti gli amici dj, musicisti, organizzatori, pr, indipendenti, etichette, ravers duri e puri, associazioni, gruppi di pensiero e gruppi di puro intrattenimento con cui ho avuto il piacere di suonare, pensare, organizzare, sognare insieme.
Negli ultimi 50 anni la musica delle rivolte contro l’ingiustizia sociale è stata il ROCK. New wave e punk, emo, garage, industrial, noise… sono stati meravigliosi momenti che hanno cambiato il genere e lo stile in modo forte e contemporaneo, e hanno sottolineato periodi storici di reale confronto sociale. Ma non c’era la techno con il Vietnam, contro la leva obbligatoria, il 68 o il 77.
La scena musicale elettronica la ricordate tutti com’è nata a Torino: Goa party all’aperto, super ravers nei capannoni e discoteche piene di gente che voleva divertirsi di più e meglio. In risposta oggi abbiamo leggi super restrittive che obbligano a divertirsi male e poco.
La musica elettronica deve cambiare. Nei prossimi 30 giorni, troppo vicino a noi, assisteremo a violazioni sistematiche di ogni diritto e di ogni legge. Che non devono passare inosservati.
La musica elettronica, vive in digitale ed ha una capacità di comunicazione invidiabile da studi professionali di pr e agenzie di pubblicità internazionali.
Tutti abbiamo una pagina o un profilo facebook, tutti usiamo e gestiamo più canali di comunicazione. Incidere QUESTA volta sul risultato di quello che succede intorno a noi significa spiegare che la techno, la house, la gabba, la minimal, il dub, il downtempo, la massimal, la goa e tutti gli altri generi elettronici hanno a che fare con gente che ha anche pensiero e cultura.
Se tra i 5 like della nostra pagina presentiamo quello di una causa sociale che in questo momento sentiamo calda, stiamo offrendo ai nostri amici (che hanno cervello e cultura) una personale posizione riguardo qualche cosa di cui c’importa. Se tra le immagini del profilo auto tagghiamo una foto o immagine, la esponiamo nelle cinque foto del profilo. Se lasciamo per un giorno intero un post ben visibile nel nostro profilo, stiamo comunicando.
Significa considerarsi veri e propri canali di comunicazione. E lo siamo.
Inserire un logo sui flyer ha un suo valore.
Indossare una maglietta ha un suo valore.
Raccontare cosa succede a chi ha il piacere e la fortuna di passare 3 ore a cena con Sven Vath, o il guest dj svedese di 16 anni ha un suo valore.
Dare un nome a una traccia o a una serata ha un suo valore.
Usare un’immagine per un post, una copertina, un sottobicchiere ha un suo valore.
Le cose cambiano in fretta. E l’elettronica è veloce a circolare e a fare amici.
Ognuno è libero di suggerire ciò che vuole. Per quanto mi riguarda in questo momento mi sento vicino a chi sta vivendo momenti allucinanti in Val Susa. Non entro di più nel dettaglio. Tutti sappiamo, tutti sentiamo, tutti vedremo di peggio. Io non posso credere a comuni militarizzati a 30 km da Torino, ad anziani donne e ragazzi manganellati. Non posso credere a 15 miliardi di euro bruciati per pochi chilometri di treno.
Ognuno faccia quello che può. Siamo talmente in tanti che basta poco per dare un grande segnale di vitalità, far capire che non vogliamo essere presi in giro dalla politica tutta. E chiediamo ai nostri amici di fare la stessa azione digitale. Facebook, twitter, netlog, quora, yahoo answer, friendfeed, blog, forum e tutto quello che avete.
Questo non è rock. Gli strumenti social ci appartengono. Noi siamo TECHNO.
Giorgio Pulini
Mi sono posto questa domanda. Da inesperto del mondo delle armi ho provato a fare un poco di ricerche nel web. Questa è la soluzione:

La modica cifretta di $569.000. In realtà, un poco come per le automobili, con gli optional arrivano fino a $800.000. Così pare. E pare anche che se vi fate un giro sui siti dei gruppi pro-militari americani, quelli ammalati di guerrafondismo e che comunque il nemico lo vorrebbero strangolare e non bombardare, gli esperti si domandino perchè usare questo “missile da crociera” (non è adorabile?) così potente, quando usando missili molto più light si possono centrare lo stesso gli obiettivi, senza fare crateri lunari intorno. E risparmiando milioni di dollari dei contribuenti. Un poco come usare Rolls Royce come auto da car sharing.
Una domanda che mi gira per la testa è: ma voi compreste armi da una nazione estera? Non sono favorevole in nessun modo all’industria delle armi, ma se dovessi esserlo vorrei che le mie bombe intelligenti le producesse una intelligente azienda che me le fornisse in esclusiva, collegata alla mia migliore università in materia. Km 0 dell’investimento della spesa militare. E se compro un razzo da qualche azienda estera con dentro un trojan che può comandarlo e guidarlo quando vuole?
Ma signori… donne, buoi e munizioni dei paesi tuoi.
Giorgio Pulini

Non l’avevo mai visto prima. Una rivoluzione in diretta. Non le immagini, i filmati o parti audio dei combattimenti: ci succede spesso di poter fruire di questo contenuto. Io intendo la mappa. Questa è la novità. In diretta sul sito http://ntclibya.org/english/map-of-revolution/ potete seguire quello che sta succedendo geograficamente in Libia. Non aspettatevi un google maps o satellite, parlo di mappa vecchio stile. Dapprima mi sorprende il fatto che riescano a mettere in piedi un sito e organizzarne la comunicazione; poi mi colpisce la potenza che ha un canale di questo tipo. Sarà corretto? Sarà leale? Credergli o diffidare? Come al solito la mia analisi si tiene lontano dal contesto specifico, ma mi fa domandare: e se succedesse a noi? Sostituiamo i nomi delle città della Libia con quelli di città italiane. Se un giorno (che mi auguro non sorga mai) io, abitante di Torino, dovessi decidere quale città raggiungere, già liberata dalla guerra civile, cosa sceglierei? Se è vero quello che dice il sito web, forse sono salvo. Se invece è sbagliato quanto descrive, trovo i mercenari che si diverterianno con me per qualche ora prima di uccidermi. La responsabilità dei media è devastante.
Altro scenario. Io sono un capo rivoluzione e attraverso queste mappe faccio vedere che molte più città di quante sono in realtà, stanno insorgendo. Spingo i dubbiosi ad insorgere. “Anche voi potete farcela!”. Il prezzo di una rivoluzione va giustamente suddiviso tra tutte le persone che subiscono da decenni una tirannia e a questa tirannia vogliono porre termine. Consapevoli di cosa stanno andando ad incontrare.
Da qualsiasi angolazione vogliate vederla non è affatto una novità da poco conto. Il futuro di ogni conflitto che vedremo esplodere avrà un sito di riferimento e naturalmente un contro sito. Come una volta c’erano lo spionaggio ed il contro spionaggio.
Giorgio Pulini
Ps: Non entro nel merito di queste onda di “color revolution” (o flower revolution). Ne capisco ancora troppo poco e la paura dell’ombra del senatore John Kerry, Soros e dei loro amici banchieri, ispiratori delle suddette rivoluzioni, mi fa venire i brividi e temere il peggio.Mi auguro veramente che non si stiano solo creando nuovi mercati dove vendere merce e basta!
ENJOY NATURE… un embed in omaggio a questi bravissimi torinesi!
scorpionoir

Goldman Sachs ha attribuito a facebook un valore folle: oramai è come Monna Lisa, inestimabile. Avevo letto alcuni mesi or sono di 21, e poi 44 e ora 50 billion dollars. Tralasciamo il fatto che Goldman è azionista di facebook. Posso anche pensare che i super ragazzi dorati dell’azienda in oggetto meritano un gran successo e a tutti quelli che ce la fanno auguro di mettersi in tasca un sacco di soldi; però quando leggo le cifre della new economy mi viene sempre molto da pensare e poco da sorridere.
50 billion dollar significano 50 miliardi di dollari; se li dividiamo per 500 milioni (il numero degli iscritti o active user di FB), otteniamo che ogni singola testa/profilo vale 100$. Una bella sommetta, che fa venire voglia di scrivere a Zuckenberg e chedergli se per la mia presenza è disposto a sganciare 50$ l’anno, comunque un gran affare per lui.
Ma la domanda che mi sorge spontanea è: ma chi diamine sono questi 500 milioni d’iscritti? In Italia ne contiamo circa 16/17 milioni. Un numero altissimo che conferma FB il canale di comunicazione più potente dell’universo intero e presto ci troveremo anche gli alieni con un loro profilo. Se però decidiamo di entrare leggermente più nel dettaglio, anzi molto più nel dettaglio e iniziamo a cercare quanti siano i profili inutili o fake, o profili di protesta politica, protesta di fede calcistica e tutto il resto che vi può venire in mente, scopriamo che il numero dei NON REALMENTE ISCRITTI è impressionante.
Digitiamo ad esempio Ruby Rubacuori nel search di FB, clicchiamo sulla lente d’ingrandimento laterale e guardiamo i risultati

Io ne ho contati 30, poi iniziavano altri risultati, sempre falsi ma meno attinenti. Non può mancare di conseguenza una sbirciatina al pappone Lele Mora e qui ne troviamo circa 25 di Signor Lele Mora. Troppo facile, viene da pensare, con personaggi di questo tipo, sulla bocca di tutti. Giusto. E allora provate a digitare 3 nomi oramai poco sulla bocca di tutti e addirittura di stampo pre-facebookista: Vanna Marchi, Giovanni Agnelli e Yuri Gagarin.


Con i 5 nomi citati, mal contati, Zuckerberg totalizza circa 140 “active users” e di conseguenza 14.000 dollari di valore societario in più. Lo so che il conto è banalizzato in questo modo, ma le banche continuano a dare un prezzo a singola testa, singolo registrato, portatori di mail o mobile di ogni azienda della new economy. Una vera follia. Quindi io posso valere 100 dollari per Facebook, 100 per twitter, 100 per Google, 100 per Myspace, 100 per Yahoo, 100 per Tiscali e 100 per tutto il resto in cui annovero una presenza digitale.
Mi auguro molto in fretta un ritorno agli antichi costumi di in/civiltà sociale con i quali operavano tanti politici DC nel dopo guerra: “ Se voti per me ti do le scarpe, 1 bottiglia d’olio e 10 kg di pasta”.
All’epoca una testa valeva sempre molto, ma almeno riceveva subito qualcosa in cambio.
Ps: sarebbe meglio avere 9/10 milioni di active users veri piuttosti che numeri gonfiati, come è sempre stato nello stile di Audipress, Auditel, Audiradio, Fieg…
Giorgio Pulini
Quante ne avete viste di meravigliose mappe del mondo digitale? Il web diviso in autostrade, vie ferrate, coloratissime linee congiunte. Digital art che plasma e certifica lo spazio in/finito. Basta leggere anche distrattamente queste mappe e si capisce in fretta il mondo digitale da chi è regolato, chi gestisce il traffico e chi ne trae profitto. Se non le avete mai viste andate su Google immagini e digitate WEB TREND MAPS, Ma torniamo un attimo indietro. Il web diviso? Da poco ho compreso che il web è molto diviso, lottizzato, colonizzato, dominato e il caso di Assange e Wikileaks direi che ce l’hanno dimostrato definitivamente. Non entrerò nel merito del fatto che sia giusto o sbagliato quello che il sito d’informazione oramai più noto al mondo sta facendo. Io lo appoggio incondizionatamente e stop. Facciamo un altra ipotesi, facciamo della fantascienza. All’amministratore delegato della Apple (ho detto fantascienza, non rumor!) viene chiesta una fornitura di 300.000.000 di portatili di un modello super cool per i cinesi. Agli Stati Uniti la cosa da un gran fastidio per qualche motivo che possiamo anche ignorare; ci sono sempre buoni motivi.
Lo stesso Amministratore viene voilà sospettato di copula con 9 minorenni che abusano di cocaina. Oh Dio, che mostro!. Nei server dell’azienda ci potrebbe essere materiale pedo-pornografico nascosto. Tutto fermo per 30 gg di accertamenti. Chiudere subito tutti i rubinetti digitali: server, banda, carrello elettronico, pagamenti, insomma tutto quello che può contenere elementi.
Aziende come Dell, Apple, Google, Amazon, Ebay si vedrebbero l’utile del trimestre con un segno meno da infarto, gli azionisti piccoli e grandi sarebbero da rianimazione e si sarebbe creato un danno d’immagine che potrebbe durare anni. Dopo lunghe indagini viene fuori che era tutto un montaggio e l’Amministratore si rivela un bravo manager ed una persona integerrima, però oramai…
Lo scenario dovrebbe far venire i sudori a tanti super manager nel mondo. Non permettere che qualcuno faccia ad altri quello che domani potrebbero facilmente fare a me, sarebbe stata una scelta più responsabile. Nessuna condanna in anticipo.
Giorgio Pulini
Oggi ho navigato 4 ore in pagine FB gestite da agenzie per dare una lettura critica del loro “modus socializandi”. Dedico una parte del mio tempo a questo tipo di analisi e trovo sempre modo di restare sorpreso.
Facendo benchmark per una azienda del settore dolciario sono arrivato alla pagina di uno dei più noti brand al mondo del settore, NUTELLA. Ferrero è un’azienda leader e quindi l’ho scrutata con attenzione.
Dopo essermi letto un centinaio di post nel wall della pagina NUTELLA italia (http://www.facebook.com/Nutella.Italy), utili per comprendere il piano editoriale dell’agenzia che gestisce il profilo, misurare il tasso d’interazione degli utenti con la marca, capire se la community si nutre di contenuto spontaneo, sono arrivato nell’area PHOTOS. Tra quelle dette “photo by others” ho avuto il colpo d’occhio che condivido con voi

La prima immagine nasce dalla richiesta d’indicare i luoghi più belli dove fare colazione con la Nutella, la seconda non ha bisogno di spiegazioni e la terza è la case history di questo post.
Sensibile al fascino femminile e incuriosito da una presenza non brand oriented ho cliccato la foto per capire dove fosse la relazione con Nutella. Questo è il risultato

“If you are looking for sex and casual encounters click here…”, sito porno. Come ben sapete nell’area sottostante a quella del nome di chi ha fatto l“add” erano citate tutte le altre pagine in cui la persona in questione, Kimberly Samson, aveva uploadato la foto. Devo ammettere che sono rimasto colpito dalla capacità di spam espressa: solo fan page con milioni di like di ogni genere e natura: Adidas, U2, Pepsi, Nike, decine di Football club worldwide… Kimberly oltre ad essere, le auguriamo, una bomba del sesso è anche una discreta social editor.
Il venerdì notte o il sabato mattina, metodicamente, gli annunci delle meretrici digitali che guidano a siti porni compaiono come funghetti in tutte le pagine dei principali prodotti e vivono felici fino al lunedì mattina, quando riprendono le attività delle agenzie preposte a gestire i contenuti social delle aziende. Un buco di due giorni nel quale FB è un far west simpaticamente anarchico, fa quello che vuole, fregandosene delle regole. Ed ecco come marchi young, family oriented si trovano ad essere ospiti di belle ragazze discinte che si offrono, proprio come prodotti, sugli scaffali virtuali della grande distribuzione digitale.
Ho sentito parlare poco di questo problema nelle agenzie, ma temo che presto andrà preso in considerazione. Cosa succederebbe se sul vostro spazio foto qualcuno inserisse una bella scena di stupro, o un omicidio o qualcosa di terribilmente forte? E soprattutto di chi è la responsabilità: di FB che permette alle gentili Kimberly Samson di questo mondo di spammare quello che vogliono o delle aziende che non trattano il loro profilo con la dovuta attenzione? Forse tutte e due, ma FB deve fare più attenzione. Molta più attenzione.
Aggiornamento del week end successivo: cambiate le signorine, ma stessa situazione. Brilliant!
Giorgio Pulini