Giorgio Pulini Snobbler

May 20

Giorgio Pulini -

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May 13

Reasonable expectation of privacy

Quando la mia nonna era in vita mi diceva sempre “Non fare stupidate con i soldi, se fai debiti prima o poi arrivano le guardie e ti portano via tutto. Ma ricordati che frigorifero, cucina, letto e televisore non possono toccarteli”. Mia nonna, rimasta vedova con 5 figli queste cose le sapeva bene. Mi lasciava stupefatto che nell’elenco degli “intoccabili” ci fosse il televisore. Già all’epoca ai media era dato un valore superiore, almeno quanto il latte nel frigorifero e un piatto di pasta calda.

In questi anni tutti abbiamo osservato il ruolo distorto dalla politica della società di riscossioni dei tributi (vedi Equitalia) e tutti stiamo considerando che l’opinione popolare non è proprio così negativa nei confronti degli attacchi continui alle loro sedi o a tutti i gesti d’insubordinazione che abbiamo letto nei giornali o visto su pc o tablet (qualcuno ancora usa la tv come strumento d’informazione?).

Nel futuro prossimo dobbiamo prepararci a nuove sfide da affrontare; potranno sembrare inizialmente meno cruenti, ma nella pratica rappresenteranno solo un obiettivo uguale a fronte di strumenti differenti. Considerando la costante crescita del tasso di povertà delle popolazioni diventerà difficile inasprire la politica della mano dura contro chi già è rovinato dalle congiunture economiche. Ma soprattutto poco resterà alle amministrazioni da esigere nei confronti dei morosi. Quelli veri, non i furbetti con case da sogno e nulla d’intestato.

Se la nostra realtà fisica poco lascerà alla fantasia degli esattori, la nostra identità digitale tante inattese soluzioni avrà da offrire ai nostri debitori. Nell’arco di 10 anni l’industria del digitale vuole spostare tutta la nostra capacità di memoria oggi residente nei pc o hard disk all’interno del mondo cloud, spazi virtuali nei quali possiamo storare l’infinito e al quale possiamo accedere da qualsiasi computer.

Il futuro vede i pc, i mobile e i tablet come semplici strumenti di accesso ai nostri software e a tutto quello che serve per far girare il nostro device, che sarà sempre più leggero, che richiederà sempre meno aggiornamenti e ingombrerà sempre meno memoria. Tanto nella cloud c’è spazio.

Ora immaginiamo il momento in cui tutti avremo, volontariamente o meno, messo in rete la nostra esistenza. Immaginiamo quando le identità digitali saranno targate, omologate, certificate in modo da poter essere reali riferimento per le istituzioni. Il nostro 740, i nostri dati sensibili, le nostre carte di credito, i nostri estratti bancari, le nostre pagelle, diplomi, schede sanitarie e tutto quanto oggi teniamo in tanti differenti ripiani in casa (o file nel computer) saranno tutti nella nostra “anagrafe digitale”.

In caso di disaccordo con le autorità, nel caso non abbiate pagato le multe o nel caso che siate ritenuto un pessimo soggetto per qualche buon motivo (per loro), chi vieterà di mettere le “ganasce” alla vostra identità?

E’ vero che i dati e le password potrete ricuperarli da un back up o da un altro luogo, ma i dati ufficiali saranno sotto sequestro e non li potrete utilizzare. Il numero della vostra carta di credito, la vostra mail certificata con la quale interagire con qualsiasi sistema pubblico, i vostri documenti personali e tutto il resto non potrà essere usaato. Prima vi troverete una tipica pagina di blocco quale quella usata per la pedopornografia

http://62.211.65.19/

e poi al primo tentativo di forzare il sistema avrete commesso lo stesso illecito di chi ha provato a staccare le ganasce dall’auto bloccata.

Se oggi qualcuno vi portasse via il frigo, letto, cucina o computer sarebbe ritenuto un usuraio, un ladro, uno strozzino e di sicuro meriterebbe una protesta dura e pubblica. Ma se invece vi sequestrassero l’identità, credete che qualcuno solidarizzerebbe con voi? Sì, gli amici, ma non mi vedo i titoli sui giornali “mamma di 3 bambini s’incatena al cancello del comune perché non può più accedere alla sua cloud”. Sarebbe stato più toccante leggere “mamma di 3 bambini s’incatena al cancello perché non può pagare il mutuo e le tolgono la casa”, ad esempio. Ma se non puoi accedere alla tua identità digitale non puoi neanche pagare il mutuo perchè non puoi accedere al tuo conto corrente. In rete ci sono molte informazioni su come la polizia deve operare nei confronti di digital evidence (prove digitali) o come eseguire una digital seizure (sequestro digitale).

Se provate a dare un occhio a come la pensano i governi andate qui

http://www.justice.gov/criminal/cybercrime/docs/ssmanual2009.pdf

(chapter 1 - Searching and Seizing Computers Without a Warrant) e vedrete che si sta autorizzando da 3 anni le ricerche e il sequestro dei dati senza mandato a patto di non violare “ a reasonable expectation of privacy”, ragionevolezza di cui nessuno sa definire il perimetro.

Ciò che più mi preoccupa è che se il sequestro materiale (ipoteca….) oggi eseguito da una Equitalia dei beni di una persona è considerato maligno, la digital identity seizure può essere operata su ampi (infiniti) gruppi di persone, senza creare grande eco stampa, in maniera non violenta e soprattutto a distanza.

Del resto le forze di Polizia e Carabinieri hanno organici troppo ampi, quindi troppi stipendi da pagare e anche per loro sta arrivando l’ora del forte ridimensionamento d’organico.

Giorgio Pulini

Feb 26

Scienze della non comunicazione

Il mondo è invaso da scienziati della comunicazione, guru assoluti del marketing. Le librerie sono affollate di testi di personaggi presentati come uomini-prodotto-case history. Raramente questi geni e i loro testi generano anche casualmente un qualche risultato concreto. Questo lo notavamo nel passato e forse è ancora più visibile oggi, epoca nella quale una buona operazione di marketing ha la possibilità di coinvolgere in breve tempo milioni di persone, e il ROI è precisamente misurabile. Mi riferisco a quelle aziende che decidono finalmente di disinvestire dalla tv e spendere qualche centinaio di migliaia di euro in rete, alla ricerca di fama e risultati.

In realtà non succede troppo spesso che un’azienda provi a comunicare qualcosa a 1.000.000 di potenziali acquirenti e di colpo 1.000.000 di potenziali acquirenti si mettano ad ascoltarti, cercarti su youtube, diventare fan della tua pagina, seguirti su twitter etc etc. Anzi, il web e i social sono in generale la tomba delle campagne pubblicitarie mal studiate.

Non è facile attirare l’attenzione di un mondo intero connesso, soprattutto se sei un prodotto, una marca. Non è facile neanche per una persona, a meno che tu non sia Severn Suzuki, la bambina che a soli 12 anni fece tacere le Nazioni Unite o una forza di natura di quel tipo 

http://www.youtube.com/watch?v=1TnvE1nCQTo 

Severn è una guru della comunicazione? Guru bisogna considerare anche quei signori che siedono nei piani alti dei grandi palazzi del potere industriale ed editoriale?

Allora sono io che non capisco. Intorno a noi vediamo crescere la consapevolezza delle persone, vediamo il distacco dalla tv, dai quotidiani, da tutti quei media che per troppo tempo hanno messo su trippa e i cui responsabili adesso guardano il cambiamento spaventati come l’indigeno che vide per la prima volta il fuoco. Il fuoco è stato una scoperta fondamentale, ce lo ricordiamo tutti. Capitolo 1: sussidiario delle elementari dei miei tempi.

Io adoro la buona editoria, sia essa cartacea o digitale. In giro è pieno di buoni esempi molto distanti e diversi dai soliti colossi editoriali a cui siamo abituati a pensare. Sono scioccato nel vedere come gli editori si stiano lasciando morire minimamente incapaci di percepire che il buon contenuto ha un valore incredibile, se ben usato.

Un esempio? Nella mia città c’è La Stampa. Da quanti anni recensiscono con critici superstar i ristoranti del Piemonte? Di sicuro tanti anni. Allora provate ad andare sull’odiato Google e digitate una richiesta abbastanza particolareggiata da togliere ogni dubbio anche al più distratto dei SPIDER/ALGORITMI dei motori di ricerca:

ristorante ………. torino recensione la stampa

Al posto dei puntini mettete il nome del vostro ristorante preferito e guardate se per caso vi riesce di trovare una risposta che sia derivante dal contenuto del quotidiano in questione. No.

Qualcosa significherà. Non hanno il contenuto? Impossibile. Non lo vogliono dare ai naviganti della rete? Pazzi. Non si sono mai posti questa domanda? Allora sono fuori di testa. Altro che guru. E stiamo parlando di canali di comunicazione, che per loro natura dovrebbe essere il luogo più adatto per capire dove si andrà.

Figuratevi le aziende, quelli che ci tormentavano con le finte segnalazioni dei loro cool hunter. Sono come gli elefanti nella cristalleria. Esse fanno la guerra all’ultima applicazione pur di catturare consensi senza minimamente prestare attenzione a quello che succede intorno, a quello che si offre e come lo si offre.

Comunicare un’azienda significa non solo inventare nuove strategie, brand extension, nuove campagne ma iniziare a capire cosa vuole saper il mercato dalle aziende. Perchè un modello di Nike costa €. 170?  Perchè i tortellini Rana costano più cari di quelli freschi fatti dal pastificio? Perchè le automobili non vanno già ad acqua? Non sono forse queste le risposte che vorremo sentirci dare? Per capire, riflettere, comparare.

A questo punto vi giro la domanda alla quale non riesco a rispondermi: ma chi sono gli insegnanti di questi disgraziati? Bocconi? Luiss? Ipsoa? Ma i docenti si rendono conto che esattamente come i padroni dell’industria (che hanno frequentato le stesse scuole) non sanno guidare un’azienda e che i loro scienziati della comunicazione non hanno idea di cosa voglia dire comunicare? Guidare un’azienda significherebbe condurre una impresa che sa generare profitto permettendo a tutti quelli che vi lavorano di migliorare le condizioni di vita, aumentare il loro potere d’acquisto, ottenendo questo risultato usando strumenti d’incentivazione e non coercitivi. Do you remember Olivetti?

Vedete le aziende comportarsi in questo modo? La risposta è ancora NO e continuare così è come condurre il Titanic sapendo che l’iceberg c’è ma ciò nonostante non fare niente per evitarlo. Le aziende che non prendono coscienza del cambiamento licenzieranno, si rimpiccioliranno e scompariranno. Non tutte naturalmente, ma tante sì. E venendo a mancare aziende che investono in pubblicità inizieranno a scomparire anche tanti media che hanno vissuto solo e grazie all’ignoranza di chi pianifica campagne pubblicitarie.

Rcs, Mondadori, Mediaset, Il sole 24 ore questo tema lo conoscono bene: basta dare un occhiata al valore delle loro azioni negli ultimi 5 anni per capire il nostro capitalismo quanto sta lavorando bene! Una frana di valore che presto renderà possibile a qualsiasi imbecille con 2 soldi di comprarsi qualsiasi casa editrice desideri.

Mondadori http://tinyurl.com/6na4tce

Il Sole 24 Ore http://tinyurl.com/6mvjop3

Mediaset http://it.finance.yahoo.com/echarts?s=MS.MI

Questo post è dedicato a tutti i canali media cartacei, radio, televisivi e digitali che tra il 2011 e il 2013 sono destinati a chiudere e hanno già chiuso. Tanti di loro se lo meritano e non ne sentiremo mai la mancanza, ma qualcuno invece ci mancherà. Lo dedico alle tre Tv piemontesi che hanno dichiarato che saranno presto liquidate e lo dedico a City, tra i quotidiani free press l’unico che non mi indignasse sfogliare, insieme all’E-polis dei primi anni.

La buona notizia è che di informazione ce n’è più di quanto potrete mai leggerne. Per i quotidiani, ad esempio qui trovate la mappa  

http://newspapermap.com/

Giorgio Pulini

Sep 18

SPREMERE GLI INDIGNATI ovverosia firmare petizione online non cambierà la vostra vita

Ed io m’incazzo. Quando ti monta la rabbia per l’ultima vergognosa novità che il mondo politico ci offre ogni singolo giorno, ecco che ti arriva la mail, il messaggio FB o Twitter che ti dice che stanno proprio raccogliendo le firme per la petizione o la richiesta di referendum per l’abrogazione di questo e quello.

Quando ero bambino mio papà, che era un uomo di commercio, mi ha insegnato che quando firmi e perchè stai comprando o vendendo qualcosa, Non ho mai messo in dubbio questa su affermazione, tante altre sì.

La nostra identità nel web ha un forte valore e per ogni volta che ci registriamo in un qualsiasi sito o social valiamo tra i 50 ed i 200 euro. Sono cifre che sul mercato le aziende sono disposte a pagare pur di potersi sedere affianco al consumatore e mettergli un braccio attorno le spalle. Un piccolo approfondimento su questo argomento lo trovate in questo mio post http://snobbler.tumblr.com/post/2873030666/monna-facebook

La quantificazione del prezzo corretto ha una serie di variabili infinite, ma permettemi di dirlo con la stessa perizia con la quale dico che una bottiglia di vino decente oggi costa minimo 15.400 lire, circa 8 euro.  

Quindi che si tratti di

se stiamo firmando stiamo comprando o vendendo qualcosa. Nell’epoca digitale possiamo attualizzare dicendo che ci stanno comprando da qualcuno o vendendo a qualcuno.

Ho provato a capire concretamente cosa significa firmare una petizione online e sinceramente non ne vengo a capo. Chi gestisce quel db sensibile? Che società paga le spese per i server, upgrade di piattaforme, il personale interno… insomma, chi paga la benzina? Ma soprattutto che fine fa la petizione? A chi viene inviata? Chi segue le procedure? Serve a qualcosa?

Purtroppo no.

Il nuovo marketing si arricchisce su chi s’indigna, su chi vorrebbe protestare hic et nunc perchè è veramente stufo, perchè vorrebbe una petizione per salvare il proprio posto di lavoro o vorrebbe vedersi riconoscere i propri diritti o perchè è contro la guerra o la TAV e tutte le inutili opere giganto-pubbliche.

Analizzate con attenzione. quando state firmando, di chi è il sito, chi lo gestisce e chi c’è dietro. Io ho fatto 1 giornata di ricerca e devo dire che il panorama non è confortante: http://www.petizionionline.it/ sito della Pressu, una tra le più grande piattaforme di comunicati stampa al mondo http://it.pressu.com. Offrono servizi alle aziende come qualsiasi agenzia di pr, Ma contano milioni di registrati al mondo spontaneamente.

A seguire http://www.firmiamo.it/ operazione di grande successo della DigitalGround di Londra che al loro indirizzo web http://www.digitalground.co.uk/products.php si vantano di essere quelli che sanno come aggregare tanta gente, e quindi grandi target. Un’agenzia di pubblicità.

Così via per tanti tanti altri siti di petizioni che semplicemente non dichiarano chi sono, tipo http://www.petizionepubblica.it/default.aspx,  oppure http://www.sign4rights.it/pagina-iniziale solo per citarne qualcuno. Just crap!

Una riflessione a parte va fatta per l’imperscrutabile gigante dell’incazzatura e della resistenza in tutto il mondo cioè AVAAZ http://www.avaaz.org/it/ 

Avaaz vive di donazioni che nel 2009 ammontavano a circa $ 4.000.000. Hanno sede legale nello stato del Delaware, che è anche la sede legale di oltre la metà delle società quotate alla Borsa di New York e al Nasdaq. Non si tratta di un vero e proprio stato offshore ma non sono neanche lontani dal diventarlo. Avaaz ha dichiarato in più occasioni che loro non vendono le banche dati, ma purtroppo hanno avuto seri problemi di sicurezza con i loro server e stranamente tanti iniziano a lamentare di ricevere spam dopo aver apposto firme a petizione nel sito.

Se provate a fare navigazione di profondità nel web scoprirete che non sono il solo a pensarla così. Qui trovate una discussione di 4 anni fa sull’argomento (la prima che io sia riuscita a trovare) http://verbo.se/dont-sign-avaazorg-petitions alla quale ne sono seguite e seguono tante altre.

Non si può sostituire il vero impegno sociale e politico con un click. Sarebbe troppo comodo per i potenti ricevere file con 1 milione di firme senza alcun valore giuridico, da buttare in un secondo nel cestino. Ricordiamoci che Grillo e il futuro movimento 5 stelle hanno raccolto 350.000 firme vere, con persone che hanno presentato la carta d’identità e hanno scritto il proprio nome con una vera penna, Tutta questa incazzatura per ora giace in scatoloni nel profondo di qualche cantina. I potenti se ne fregano di noi in carne ed ossa, figuriamoci quanto sono sensibili alle petizioni online.

Restano degli spazi sani di realtà che concretamente hanno usato i social media e il mondo digitale per far sentire la propria voce e alcuni sono stati ascoltati, ma le “case history” sono piuttosto poche. Si vincono più battaglie a carattere locale che internazionale. Si vince di più se si conosce di persona e si frequenta chi si sta facendosi carico direttamente della questione a cui teniamo. Se proprio dovete demandare.

Il problema del database dello scontento popolare e la conseguente auto-categorizzazione di se stessi (incazzato per la situazione medio orientale, incazzato per la situazione interna, incazzato perchè si ritiene che la TAV sia uno spreco, incazzato perchè non voglio più qualcuno in qualche posizione pubblica che mi tutela malissimo) va affrontata in futuro molto seriamente.

Ci stiamo consegnando direttamente nelle mani dei nostri peggiori amici, i quali non hanno neanche bisogno di chiederci come la pensiamo. Abbiao già firmato tutto di nostra spontanea volontà. Mette i brividi solo a pensarci. 

Giorgio Pulini

Jul 09

Quotidiani e libertà

Essere troppo asserviti al mondo dell’economia, finanza e soprattutto politica si sta rivelando il più grosso problema che l’editoria italiana dovrà affrontare nel breve tempo.

Una volta l’appartenenza era il segno distintivo:

- Il Corriere e la grande imprenditoria del nord

- La Stampa e la Fiat

- Repubblica e la sinistra italiana.

Queste bandiere sventolavano forte e i lettori appartenenti a quei gruppi specifici si riconoscevano nel loro quotidiano preferito, credendo in buona parte a quello che leggevano. Oggi tutti abbiamo fonti alternative di lettura che riteniamo più reali rispetto a quello che ci hanno sempre raccontato i nostri giornali di riferimento, di conseguenza risulta difficile continuare a credere alle fonti di una volta.

I grandi temi sociali che toccano decine di migliaia di persone in ogni città continuano ad essere trattati come “in the old good days”, e il risultato per il lettore è come minimo quello di sentirsi estraneato e confuso. Se ad una manifestazione c’erano 60.000 persone e i quotidiani dicono 6.000, come minimo ho 60.000 persone che smettono di credere in quella fonte. Quindi non la comprano più.

Come possa l’industria editoriale continuare a fare finta che tutto questo non sia vero e stia generando un crollo di vendita delle copie (di conseguenza un crollo della raccolta pubblicitaria) mi risulta incomprensibile. O meglio, capisco che chi è schierato ha sempre più difficoltà a svincolarsi, se mai volesse farlo.

Nell’immagine avete l’andamento dell’ultimo anno da gennaio 2010 a gennaio 2011. I 6 mesi successivi avranno dati ancora più drammatici. E i 5 anni prima hanno grosso modo lo stesso segno negativo: ricordiamoci che il Corriere 5 anni fa raggiungeva punte da 7/800.000 mila copie e la Repubblica stava intorno alle 600.000. Se siete addetti al settore sapete come me che questi dati da anni stanno prendendo potentissime dosi di inutili anabolizzanti, e quindi sono in partenza falsi e gonfiati.

Sono i lettori che non comprano più i quotidiani o i quotidiani che si stanno rivelando nel loro squallore e non meritano più di essere comprati?

NB: il dato de “Il Fatto quotidiano” non ha storico, esistendo da solo un anno, e ha i numeri recenti in aumento del circa 15%.

Giorgio Pulini 

Jun 28

Lettera aperta al mondo della cultura elettronica torinese

Lettera aperta al mondo della cultura elettronica torinese.

A tutti gli amici dj, musicisti, organizzatori, pr, indipendenti, etichette, ravers duri e puri, associazioni, gruppi di pensiero e gruppi di puro intrattenimento con cui ho avuto il piacere di suonare, pensare, organizzare, sognare insieme.


Negli ultimi 50 anni la musica delle rivolte contro l’ingiustizia sociale è stata il ROCK. New wave e punk, emo, garage, industrial, noise… sono stati meravigliosi momenti che hanno cambiato il genere e lo stile in modo forte e contemporaneo, e hanno sottolineato periodi storici di reale confronto sociale. Ma non c’era la techno con il Vietnam, contro la leva obbligatoria, il 68 o il 77. 

La scena musicale elettronica la ricordate tutti com’è nata a Torino: Goa party all’aperto, super ravers nei capannoni e discoteche piene di gente che voleva divertirsi di più e meglio. In risposta oggi abbiamo leggi super restrittive che obbligano a divertirsi male e poco.

La musica elettronica deve cambiare. Nei prossimi 30 giorni, troppo vicino a noi, assisteremo a violazioni sistematiche di ogni diritto e di ogni legge. Che non devono passare inosservati.

La musica elettronica, vive in digitale ed ha una capacità di comunicazione invidiabile da studi professionali di pr e agenzie di pubblicità internazionali.

Tutti abbiamo una pagina o un profilo facebook, tutti usiamo e gestiamo più canali di comunicazione. Incidere QUESTA volta sul risultato di quello che succede intorno a noi significa spiegare che la techno, la house, la gabba, la minimal, il dub, il downtempo, la massimal, la goa e tutti gli altri generi elettronici hanno a che fare con gente che ha anche pensiero e cultura. 

Se tra i 5 like della nostra pagina presentiamo quello di una causa sociale che in questo momento sentiamo calda, stiamo offrendo ai nostri amici (che hanno cervello e cultura) una personale posizione riguardo qualche cosa di cui c’importa. Se tra le immagini del profilo auto tagghiamo una foto o immagine, la esponiamo nelle cinque foto del profilo. Se lasciamo per un giorno intero un post ben visibile nel nostro profilo, stiamo comunicando.

Significa considerarsi veri e propri canali di comunicazione. E lo siamo.

Inserire un logo sui flyer ha un suo valore.

Indossare una maglietta ha un suo valore.

Raccontare cosa succede a chi ha il piacere e la fortuna di passare 3 ore a cena con Sven Vath, o il guest dj svedese di 16 anni ha un suo valore.

Dare un nome a una traccia o a una serata ha un suo valore.

Usare un’immagine per un post, una copertina, un sottobicchiere ha un suo valore.

Le cose cambiano in fretta. E l’elettronica è veloce a circolare e a fare amici.

Ognuno è libero di suggerire ciò che vuole. Per quanto mi riguarda in questo momento mi sento vicino a chi sta vivendo momenti allucinanti in Val Susa. Non entro di più nel dettaglio. Tutti sappiamo, tutti sentiamo, tutti vedremo di peggio. Io non posso credere a comuni militarizzati a 30 km da Torino, ad anziani donne e ragazzi manganellati. Non posso credere a 15 miliardi di euro bruciati per pochi chilometri di treno.

Ognuno faccia quello che può. Siamo talmente in tanti che basta poco per dare un grande segnale di vitalità, far capire che non vogliamo essere presi in giro dalla politica tutta. E chiediamo ai nostri amici di fare la stessa azione digitale. Facebook, twitter, netlog, quora, yahoo answer, friendfeed, blog, forum e tutto quello che avete.

Questo non è rock. Gli strumenti social ci appartengono. Noi siamo TECHNO.

Giorgio Pulini

Mar 20

Quanto costa un missile BGM-109 detto Tomahawk?

Mi sono posto questa domanda. Da inesperto del mondo delle armi ho provato a fare un poco di ricerche nel web. Questa è la soluzione:

La modica cifretta di $569.000. In realtà, un poco come per le automobili, con gli optional arrivano fino a $800.000. Così pare. E pare anche che se vi fate un giro sui siti dei gruppi pro-militari americani, quelli ammalati di guerrafondismo e che comunque il nemico lo vorrebbero strangolare e non bombardare, gli esperti si domandino perchè usare questo “missile da crociera” (non è adorabile?) così potente, quando usando missili molto più light si possono centrare lo stesso gli obiettivi, senza fare crateri lunari intorno. E risparmiando milioni di dollari dei contribuenti. Un poco come usare Rolls Royce come auto da car sharing.

Una domanda che mi gira per la testa è: ma voi compreste armi da una nazione estera? Non sono favorevole in nessun modo all’industria delle armi, ma se dovessi esserlo vorrei che le mie bombe intelligenti le producesse una intelligente azienda che me le fornisse in esclusiva, collegata alla mia migliore università in materia. Km 0 dell’investimento della spesa militare. E se compro un razzo da qualche azienda estera con dentro un trojan che può comandarlo e guidarlo quando vuole?

Ma signori… donne, buoi e munizioni dei paesi tuoi.

Giorgio Pulini

Mar 08

never Before

Non l’avevo mai visto prima. Una rivoluzione in diretta. Non le immagini, i filmati o parti audio dei combattimenti: ci succede spesso di poter fruire di questo contenuto. Io intendo la mappa. Questa è la novità. In diretta sul sito http://ntclibya.org/english/map-of-revolution/ potete seguire quello che sta succedendo geograficamente in Libia. Non aspettatevi un google maps o satellite, parlo di mappa vecchio stile. Dapprima mi sorprende il fatto che riescano a mettere in piedi un sito e organizzarne la comunicazione; poi mi colpisce la potenza che ha un canale di questo tipo. Sarà corretto? Sarà leale? Credergli o diffidare? Come al solito la mia analisi si tiene lontano dal contesto specifico, ma mi fa domandare: e se succedesse a noi? Sostituiamo i nomi delle città della Libia con quelli di città italiane. Se un giorno (che mi auguro non sorga mai) io, abitante di Torino, dovessi decidere quale città raggiungere, già liberata dalla guerra civile, cosa sceglierei? Se è vero quello che dice il sito web, forse sono salvo. Se invece è sbagliato quanto descrive, trovo i mercenari che si diverterianno con me per qualche ora prima di uccidermi. La responsabilità dei media è devastante.

Altro scenario. Io sono un capo rivoluzione e attraverso queste mappe faccio vedere che molte più città di quante sono in realtà, stanno insorgendo. Spingo i dubbiosi ad insorgere. “Anche voi potete farcela!”. Il prezzo di una rivoluzione va giustamente suddiviso tra tutte le persone che subiscono da decenni una tirannia e a questa tirannia vogliono porre termine. Consapevoli di cosa stanno andando ad incontrare.

Da qualsiasi angolazione vogliate vederla non è affatto una novità da poco conto. Il futuro di ogni conflitto che vedremo esplodere avrà un sito di riferimento e naturalmente un contro sito. Come una volta c’erano lo spionaggio ed il contro spionaggio.

Giorgio Pulini

Ps: Non entro  nel merito di queste onda di “color revolution” (o flower revolution). Ne capisco ancora troppo poco e la paura dell’ombra del senatore John Kerry, Soros e dei loro amici banchieri, ispiratori delle suddette rivoluzioni, mi fa venire i brividi e temere il peggio.Mi auguro veramente che non si stiano solo creando nuovi mercati dove vendere merce e basta!

Jan 24

[video]

Jan 22

Monna facebook

Goldman Sachs ha attribuito a facebook un valore folle: oramai è come Monna Lisa,  inestimabile. Avevo letto alcuni mesi or sono di 21, e poi 44 e ora 50 billion dollars. Tralasciamo il fatto che Goldman è azionista di facebook. Posso anche pensare che i super ragazzi dorati dell’azienda in oggetto meritano un gran successo e a tutti quelli che ce la fanno auguro di mettersi in tasca un sacco di soldi; però quando leggo le cifre della new economy mi viene sempre molto da pensare e poco da sorridere.

5 billion dollar significano 5 miliardi di dollari; se li dividiamo per 700/800/900 milioni (il numero degli iscritti o active user di FB), otteniamo che ogni singola testa/profilo vale 100$. In realtà la divisione da circa €. 7 a singola testa, che però è solo una parte del valore di FB. FB venderà in borsa solo una parte della società. Una bella sommetta, che fa venire voglia di scrivere a Zuckenberg e chedergli se per la mia presenza è disposto a sganciare 50$ l’anno, comunque un gran affare per lui.

Ma la domanda che mi sorge spontanea è: ma chi diamine sono questi 800 milioni d’iscritti? In Italia ne contiamo circa 18 milioni. Un numero altissimo che conferma FB il canale di comunicazione più potente dell’universo intero e presto ci troveremo anche gli alieni con un loro profilo. Se però decidiamo di entrare leggermente più nel dettaglio, anzi molto più nel dettaglio e iniziamo a cercare quanti siano i profili inutili o fake, o profili di protesta politica, protesta di fede calcistica e tutto il resto che vi può venire in mente, scopriamo che il numero dei NON REALMENTE ISCRITTI è impressionante.

Digitiamo ad esempio Ruby Rubacuori nel search di FB, clicchiamo sulla lente d’ingrandimento laterale e guardiamo i risultati

Io ne ho contati 30, poi iniziavano altri risultati, sempre falsi ma meno attinenti. Non può mancare di conseguenza una sbirciatina al pappone Lele Mora e qui ne troviamo circa 25 di Signor Lele Mora. Troppo facile, viene da pensare, con personaggi di questo tipo, sulla bocca di tutti. Giusto. E allora provate a digitare 3 nomi oramai poco sulla bocca di tutti e addirittura di stampo pre-facebookista: Vanna Marchi, Giovanni Agnelli e Yuri Gagarin.

Con i 5 nomi citati, mal contati, Zuckerberg totalizza circa 140 “active users” e di conseguenza 14.000 dollari di valore societario in più. Lo so che il conto è banalizzato in questo modo, ma le banche continuano a dare un prezzo a singola testa, singolo registrato, portatori di mail o mobile di ogni azienda della new economy. Una vera follia. Quindi io posso valere 100 dollari per Facebook, 100 per twitter, 100 per Google, 100 per Myspace, 100 per Yahoo, 100 per Tiscali e 100 per tutto il resto in cui annovero una presenza digitale.

Mi auguro molto in fretta un ritorno agli antichi costumi di in/civiltà sociale con i quali operavano tanti politici DC nel dopo guerra: “ Se voti per me ti do le scarpe, 1 bottiglia d’olio e 10 kg di pasta”.

All’epoca una testa valeva sempre molto, ma almeno riceveva subito qualcosa in cambio.

Ps: sarebbe meglio avere 9/10 milioni di active users veri piuttosti che numeri gonfiati, come è sempre stato nello stile di Audipress, Auditel, Audiradio, Fieg…

Giorgio Pulini

Dec 24

Wikileaks e Apple, stessa battaglia?

 

Quante ne avete viste di meravigliose mappe del mondo digitale? Il web diviso in autostrade, vie ferrate, coloratissime linee congiunte. Digital art che plasma e certifica lo spazio in/finito. Basta leggere anche distrattamente queste mappe e si capisce in fretta il mondo digitale da chi è regolato, chi gestisce il traffico e chi ne trae profitto. Se non le avete mai viste andate su Google immagini e digitate WEB TREND MAPS, Ma torniamo un attimo indietro. Il web diviso? Da poco ho compreso che il web è molto diviso, lottizzato, colonizzato, dominato e il caso di Assange e Wikileaks direi che ce l’hanno dimostrato definitivamente. Non entrerò nel merito del fatto che sia giusto o sbagliato quello che il sito d’informazione oramai più noto al mondo sta facendo. Io lo appoggio incondizionatamente e stop. Facciamo un altra ipotesi, facciamo della fantascienza. All’amministratore delegato della Apple (ho detto fantascienza, non rumor!) viene chiesta una fornitura di 300.000.000 di portatili di un modello super cool per i cinesi. Agli Stati Uniti la cosa da un gran fastidio per qualche motivo che possiamo anche ignorare; ci sono sempre buoni motivi.

Lo stesso Amministratore viene voilà sospettato di copula con 9 minorenni che abusano di cocaina. Oh Dio, che mostro!. Nei server dell’azienda ci potrebbe essere materiale pedo-pornografico nascosto. Tutto fermo per 30 gg di accertamenti. Chiudere subito tutti i rubinetti digitali: server, banda, carrello elettronico, pagamenti, insomma tutto quello che può contenere elementi.

Aziende come Dell, Apple, Google, Amazon, Ebay si vedrebbero l’utile del trimestre con un segno meno da infarto, gli azionisti piccoli e grandi sarebbero da rianimazione e si sarebbe creato un danno d’immagine che potrebbe durare anni. Dopo lunghe indagini viene fuori che era tutto un montaggio e l’Amministratore si rivela un bravo manager ed una persona integerrima, però oramai…

Lo scenario dovrebbe far venire i sudori a tanti super manager nel mondo. Non permettere che qualcuno faccia ad altri quello che domani potrebbero facilmente fare a me, sarebbe stata una scelta più responsabile. Nessuna condanna in anticipo.

Giorgio Pulini