
Tempo fa è mancato un amico, grande compagno di divertimento, l’insostituibile Goffredo, e quando tempo dopo sono casualmente passato sulla sua pagina FB mi sono reso conto per la prima volta che FB per alcuni è anche un cimitero. Ma questo ragionamento meriterebbe un pensiero più lungo che non è l’oggetto di questo post.
La questione è: sono stati uccisi 4 soldati italiani ieri in Afghanistan e per la prima volta vedo con quanta rapidità una testata giornalistica corre velocemente a leggere i profili FB dei morti. Di questo si tratta. Oggi tanti hanno già scritto un epitaffio senza saperlo. O, peggio ancora, annunciandolo.
L’articolo qui linkato - http://www.ilfattoquotidiano.it/2010/10/09/su-facebook-il-diario-dal-fronte-tra-mille-dubbi-mi-sono-rotto-di-stare-in-afghanistan-non-si-capisce-nulla/70470/ - mi ha fatto venire in mente che adesso la stampa legge il tuo profilo FB quando succede qualcosa. E non ne faccio una questione di etica, ma d’informazione.
Se il caporal maggiore nel profilo ha post del tipo: “Si vis pacem, para bellum”
“non so con quali armi combatteremo la Terza guerra mondiale, ma nella Quarta useremo sassi e bastoni”
“Io non credo nel paradiso; credo nel dolore, credo nella paura, credo nella morte.”
in ogni caso, che li avesse scritti per convinzione, per scherzo o solo per aggiungere un post in più, egli passa immediatamente sotto la lente d’ingrandimento di qualsiasi persona voglia scrivere di lui, male o bene. Trovo tutto ciò contemporaneo ma non educato. Se si vuole discutere di guerra è una cosa, ma se si vuole discutere delle singole persone allora bisognerebbe adottare altri criteri di privacy. Per fortuna l’articolo del Fatto Quotidiano è equilibrato, non voyeuristico come avrebbero potuto scegliere di fare altre testate.
In termini di media control, ritengo che sarà molto interessare capire come l’esercito e le 1000 altre istituzioni di questo tipo o di qualsiasi altro tipo vi venga in mente, dovranno trovare il modo di rendere i profili dei propri dipendenti quanto più puliti possibile. Soprattutto per quanto concerne determinate posizioni nelle gerarchie. La stima e la credibilità richieste dalle persone non potranno infrangersi di fronte a certi profili. E’ come se l’amministratore delegato dell Coca-Cola (o il direttore marketing, il direttore commerciale, o un brand manager…) dichiarasse in pubblico che lui è un assaggiatore di vini, o gli piace fare la birra in casa. Non va tanto bene così!
Giorgio Pulini