
Lettera aperta al mondo della cultura elettronica torinese.
A tutti gli amici dj, musicisti, organizzatori, pr, indipendenti, etichette, ravers duri e puri, associazioni, gruppi di pensiero e gruppi di puro intrattenimento con cui ho avuto il piacere di suonare, pensare, organizzare, sognare insieme.
Negli ultimi 50 anni la musica delle rivolte contro l’ingiustizia sociale è stata il ROCK. New wave e punk, emo, garage, industrial, noise… sono stati meravigliosi momenti che hanno cambiato il genere e lo stile in modo forte e contemporaneo, e hanno sottolineato periodi storici di reale confronto sociale. Ma non c’era la techno con il Vietnam, contro la leva obbligatoria, il 68 o il 77.
La scena musicale elettronica la ricordate tutti com’è nata a Torino: Goa party all’aperto, super ravers nei capannoni e discoteche piene di gente che voleva divertirsi di più e meglio. In risposta oggi abbiamo leggi super restrittive che obbligano a divertirsi male e poco.
La musica elettronica deve cambiare. Nei prossimi 30 giorni, troppo vicino a noi, assisteremo a violazioni sistematiche di ogni diritto e di ogni legge. Che non devono passare inosservati.
La musica elettronica, vive in digitale ed ha una capacità di comunicazione invidiabile da studi professionali di pr e agenzie di pubblicità internazionali.
Tutti abbiamo una pagina o un profilo facebook, tutti usiamo e gestiamo più canali di comunicazione. Incidere QUESTA volta sul risultato di quello che succede intorno a noi significa spiegare che la techno, la house, la gabba, la minimal, il dub, il downtempo, la massimal, la goa e tutti gli altri generi elettronici hanno a che fare con gente che ha anche pensiero e cultura.
Se tra i 5 like della nostra pagina presentiamo quello di una causa sociale che in questo momento sentiamo calda, stiamo offrendo ai nostri amici (che hanno cervello e cultura) una personale posizione riguardo qualche cosa di cui c’importa. Se tra le immagini del profilo auto tagghiamo una foto o immagine, la esponiamo nelle cinque foto del profilo. Se lasciamo per un giorno intero un post ben visibile nel nostro profilo, stiamo comunicando.
Significa considerarsi veri e propri canali di comunicazione. E lo siamo.
Inserire un logo sui flyer ha un suo valore.
Indossare una maglietta ha un suo valore.
Raccontare cosa succede a chi ha il piacere e la fortuna di passare 3 ore a cena con Sven Vath, o il guest dj svedese di 16 anni ha un suo valore.
Dare un nome a una traccia o a una serata ha un suo valore.
Usare un’immagine per un post, una copertina, un sottobicchiere ha un suo valore.
Le cose cambiano in fretta. E l’elettronica è veloce a circolare e a fare amici.
Ognuno è libero di suggerire ciò che vuole. Per quanto mi riguarda in questo momento mi sento vicino a chi sta vivendo momenti allucinanti in Val Susa. Non entro di più nel dettaglio. Tutti sappiamo, tutti sentiamo, tutti vedremo di peggio. Io non posso credere a comuni militarizzati a 30 km da Torino, ad anziani donne e ragazzi manganellati. Non posso credere a 15 miliardi di euro bruciati per pochi chilometri di treno.
Ognuno faccia quello che può. Siamo talmente in tanti che basta poco per dare un grande segnale di vitalità, far capire che non vogliamo essere presi in giro dalla politica tutta. E chiediamo ai nostri amici di fare la stessa azione digitale. Facebook, twitter, netlog, quora, yahoo answer, friendfeed, blog, forum e tutto quello che avete.
Questo non è rock. Gli strumenti social ci appartengono. Noi siamo TECHNO.
Giorgio Pulini