Giorgio Pulini Snobbler


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June
06
Cannoni jamaicani vs Social media editor

A volte è proprio difficile percepire la realtà diversamente da come ce la immaginiamo. Soprattutto quando l’oggetto della nostra raffigurazione è dipinta a tinte gioiose, con suoni allegri e sapori gustosi. In questo momento il mondo dei social media, l’universo banale del “tutto va bene” e del “divertiamoci” mi ricorda la Jamaica. Credo che chiunque di noi abbia difficoltà a figurarsi la terra di Jamaica senza i suoi luoghi comuni: spiaggia, mare, reggae e ganja. In realtà da tempo l’esercito jamaicano ha tirato fuori dalle caserme i suoi carri armati (V 150 della Cadillac fuori produzione) e fa la guerra. Negli ultimi mesi ci sono stati circa 50 morti nel tentativo di arrestare il presidente/ombra/narco-trafficante Coke (si chiama proprio così). Uno tra gli eserciti più corrotti al mondo cerca di arrestare uno dei maggiori corruttori di eserciti al mondo. Anche dietro all’immaginario collettivo dei social network esiste un esercito (per numerosità ma non per bellicosità) inimmaginabile. Le decine di migliaia di pagine facebook aziendali che inondano il sistema web di sorrisino da famiglie felici, i milioni di post da sommo gaudio quotidiano nascondono truppe di content o social editor che ora dopo ora danno vita alla digital life dei prodotti. I generali, come al solito sono noti: strategist fenomenali che scrutano il futuro e immaginano la soluzione più appropiata per il lancio di xxy. Ma senza un social editor (colui che decide cosa scrivere e pubblicare) tutti i piani futuri crollano affondando in una poltiglia informe di banalità. I social editor, come i soldati jamaicani sognano una vita diversa fatta di grandi frasi e beau geste. E come i soldati jamaicani sono generalmente mal retribuiti. V’interessa che la page FB del vostro brand preferito vi auguri buon compleanno o vi dia i consigli per la giornata? Forse non molto… Un bravo social editor cerca engagement non banale, e rende fruttuoso un terreno con poca linfa. Dietro ai grandi immaginari c’è sempre qualcosa di diverso da quello che si è portati a pensare.  

Giorgio Pulini


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